01/06/2010 "La pittura digitale di Silvio Balestra" di Ugo Perugini

01/11/2009 Testo critico

20/05/2009 Non solo la luce - Paolo Levi

01/10/2008 SPRAY - JULIET art magazine n°139 ott 08

30/06/2008 Alberto D'Atanasio


Alberto D'Atanasio

Docente di Semiologia dei Linguaggi non Verbali e Storia dell'Arte


Quando nella prima metà dell’ottocento la fotografia fece il suo ingresso nel mondo della scienza prima e dell’arte poi, ci fu una sorta di rivoluzione non solo nella cultura ma anche nella filosofia estetica e nelle modalità di dar figurazione sia al reale che all’immaginario. Il perfezionamento delle macchine da ripresa e dei mezzi che ottimizzavano una restituzione sempre più vicina alla riproduzione di ciò che si era fotografato fu veloce e, in effetti, se l’arte scelse di incanalarsi verso l’astrattismo e il concettuale il merito, o per qualcuno colpa, fu anche della fotografia. “La pittura dopo l’avvento della fotografia perse il suo ruolo di documento e di testimonianza.(M. Lupattelli)”.

La fotografia divenne per tanto celebrativa e documentaria. Si fotografavano re e pontefici in posa classica così come un tempo si mettevano davanti alla tela del pittore. Divennero celebri gli scorci di città e la gente che cambiava abitudine anche in virtù di immagini fotografiche che riprodotte dai giornali o nel cinematografo divulgavano saperi e conoscenze accorciando di fatto le distanze. All’artista, inteso come pittore e scultore, non restò altro che relazionarsi a quanto accadeva creando immagini che fossero l’espressione del vivere ciò che il progresso stava modificando nella realtà. L’astrattismo di Kandinskij e Klee, il cubismo di Braque e Picasso, le provocazioni di Duchamp e Arp fino alla ricerca di nuovi miti tra persona e personaggio di Warhol e tra cosa e oggetto di Rauschemberg sono un chiaro esempio di una fare arte che era di fatto una risposta antitetica alla pura rappresentazione che restava propria della fotografia.

Le avanguardie artistiche davano raffigurazione al fantastico, alla rabbia, alla speranza, al desiderio di libertà, si celebrava l’invisibile universo che solo l’artista sapeva sentire e quindi mostrare. Oltre a guardare serviva entrare in empatia e la sinestesia permetteva di percepire ciò che i cinque sensi non potevano né leggere né codificare. Il fotografo in quel tempo divenne reporter, documentava e coadiuvava la parola scritta talvolta la sostituiva e diveniva icona come ad esempio i ritratti di Nadar o gli scatti di Cartier, fino a scorci naturali che si evolvevano in inquadrature di campagne disegnate dai lavori dei campi o tagli di vie cittadine come in Fontana o Roiter. Negli anni ’70 la foto poi divenne poster e sostituì il quadro. L’immagine pubblicitaria si è così rivestita di valori psicologici e di conseguenze psicotiche. È rapita più che rubata, subliminale, scandalosa e pettegola, emozionante non per valori inerenti la catarsi, ma soprattutto perché deve rispondere a poteri occulti commerciali e quindi condizionante. Il fotografo doveva e dovrebbe saper inquadrare, trovare giustapposizione tra diaframma, otturatore e profondità di campo, trovare bilanciamento in pochi istanti tra vuoto e pieno, massa cromatica e zona neutra, oggi la fotografia si ricava dal telefono cellulare che simula lo scatto “antico” del clic che alzava lo specchio e apriva la tendina affinché la pellicola s’impressionasse.

Ciò che questa mostra propone è quello straordinario stupore che solo il genio dell’artista sa creare. Silvio Balestra ha la sensibilità di chi l’arte la respira e ne fa uno stile di vita. Ama la pittura antica, rinascimentale e discerne produzioni moderne che hanno in se l’aulico antico, la poesia di chi vuol dar figura ciò che solo i poeti sanno descrivere, è forse per questo che frequenta l’Umbria e collabora con il pittore Elvio Marchionni da cui apprende la ricerca della figura, lo studio neorinascimentale e la costruzione sintetica della immagine come fosse sintesi tra tempo (Crono) e i simboli della bellezza antica (Afrodite). È evidente lo studio e l’evoluzione che Balestra ha compiuto sui lavori del 1922 di Man Ray, ma il suo fare fotografia non è rappresentativo e né raffigurativo nell’accezione iconologica del termine, egli utilizza il mezzo fotografico nella sua derivazione etimologica il mezzo è la luce senza filtri o parametri, essa nelle opere di Balestra descrive la forma e ne dà raffigurazione. Il suo è uno studio sulla fisica meccanica della luce che impressiona un supporto. La luce diviene pennello e dà figurazione all’emozione, alla sensazione, al sentimento. Quando ho visto le sue opere ho avuto la percezione che ciò che in effetti vedevo era l’immagine di un universo interiore una sorta di specchio che rifletteva ciò che l’occhio anatomico non può percepire, necessita ancora la sinestesia. Astratta è dunque la foto di Silvio Balestra ma il suo astrattismo non è antitetico alla mimesis ma è pura emanazione dell’interiorità del suo creatore. La luce in queste opere entra nella mente dell’artista illumina i ricordi e fa memoria del vissuto. Ciò che quest’artista propone è l’attimo ineffabile eterno che non si può esprimere a parole. È il guizzo che si percepisce quando ci si scopre capaci di provare emozioni nonostante tutto e tutti, è la curva che descrive un pensiero che si trasmuta in idea e poi in azione, è quella forma, strana irriconoscibile dalla sensorialità comune, banalmente fisica e fisiologica, ma riconoscibilissima da chi sa ancora mettere in gioco cuore e mente. È nell’unione tra la parte emotiva con quella razionale che si fonda la ricerca di questo “fotografo astratto” che usa la pura luce come fosse puro colore che squarcia il nero che funge da limite tra fondo compatto negativo, tetro e lo spazio infinito dell’universo interiore. Il linguaggio si serve quindi di forme elementari prive di elementi riconoscibili l’occhio scruta tra il nero buio della notte che si lascia illuminare da una luce che è quella che l’artista prende da armonie arcane, eterne.

Il bianco e il nero in Balestra è dualismo, contrapposizione ed equilibrio, yin e yang. Notevole è infatti l’armonia che Balestra riesce a costruire sul supporto, come se avesse inquadrato l’invisibile e l’ineffabile e a questi permesso di prendere materia e divenire parte del percepibile. Linea luminosa superficie che diventa spazio,da penetrare ed esplorare. Ma le sue opere si vestono di dinamismo. È infatti la dinamicità un’altra caratteristica delle opere di Balestra, la linea e le forme sono in divenire.

L’artista ha saputo fermare l’attimo, non per se stesso o per mera retorica, piuttosto perché l’osservatore entri in empatia e renda migliori gli attimi che verranno. Per Silvio Balestra il tempo è entità costante,irremovibile ciò che la colora e frena la sua corsa è il fissare l’emozione, il movimento stesso del pensiero, dell’idea, come una musica di una voce che non ha suono. E non è surrealismo il suo, non inventa mondi fantastici ultraterreni o metafisici. Ciò che lui propone è la visione di un concetto che non può avere verbo perché come lui stesso afferma: “L’artista è una entità che dialoga senza la parola”. Silvio Balestra dà raffigurazione a ciò che per antonomasia non può aver figura, entra dentro l’essenza stessa dell’anima e ne scopre la struttura fino ad inventare un nuovo modo di restituzione del lavoro che è anche rappresentazione del concetto. I titoli delle sue opere sono il varco che introduce dentro al mistero delle sue creazioni: “oscuri silenzi, vie di fuga, dissolvenza scenica, oasi oniriche, light cells, varcare il limite, aliti di vento, nascita di una emozione, presenze”, non sono titoli casuali o scontati sono veri e propri codici che ci permettono di leggere il percorso più che l’immagine perché essa resta lì come un istante rubato dal finestrino di un treno in corsa, un treno che Balestra sa che non passerà mai più per la stazione di partenza ma prima che termini il Viaggio questo artista vuole farci riscoprire la ragione dei sentimenti e converrebbe lasciare che la sua luce illumini, almeno un poco, il buio delle nostre notti.

Alberto D'Atanasio